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Chiamiamoci fuori

25 marzo 2013 33 commenti

Ho dato un’occhiata al sito segnalato da Giuvi e l’ho trovato di estremo interesse. Si tratta di un’analisi estremamente dettagliata sul possibile scenario a cui potremmo dover far fronte in caso di uscita dalla moneta unica. Per chi non ha voglia di leggersi tutta la trafila può andare direttamente alle conclusioni a piè pagina, tuttavia anticipo alcuni dati interessanti:

  1. l’inflazione a tre anni penalizza la Germania
  2. il PIL nominale peggiora in Grmania
  3. il deficit pubblico peggiora in Germania

Credo che il comportamento irresponsabile della Grmania in questa crisi sia da imputare esclusivamente al mantenimento dell’euro a qualunque costo per i vantaggi che la moneta le concede, se qualche paese periferico dovesse soccombere è, per i tedeschi, un prezzo accettabile. 

Esclusiva Analisi: simulazione di cosa accadrebbe con e senza euro.

PREMESSA

Ipotizzare quanto avverra’ a seguito di una disintegrazione dell’Euro e’ un esercizio estremamente complesso e certamente criticabile, in quanto le variabili in gioco sono realmente molte, e non tutte sono economiche.

Una nazione seria quale dovrebbe essere l’Italia, si sarebbe dovuta porre le domanda negli anni 80 se conveniva entrare in un sistema a cambi fissi o quasi (SME) e negli anni 90 se conveniva entrare nell’Euro. Analogamente oggi dovrebbe porsi la domanda di quale futuro ci attende restando nell’Euro e quale se si tornasse a valute nazionali, e se c’e’ convenuto entrare nell’euro.

I dibattiti nostrani, invece, sono da sempre puramente ideologici, e mai analitici e numerici. La domanda comunque, merita una risposta, e scenarieconomici.it e’ a disposizione per migliorare ed arricchire l’analisi che vi presenteremo, ove vi fossero osservazioni numeriche e supportate.

IPOTESI DI PARTENZA

Ben pochi si sono cimentati in studi numerici affrontando la questione degli scenari economici che ci attendono con e senza Euro.

Tra questi segnaliamo lo studio Game theory and euro breakup risk premium – Cause and Effect di  Bank of America e Merrill Lynch e L’impact d’une sortie de l’Euro sur l’économie française di Jacques Sapir. I risultati sono simili, e prevedono chiaramente che in uno scenario di ritorno non traumatico alle valute nazionali, i paesi periferici (in primis l’Italia) avrebbero decisi vantaggi, mentre le nazioni centrali (in primis la Germania) avrebbero decisi svantaggi da tale processo. Il gioco delle variabili economiche sarebbe esattemente l’opposto di quello visto negli ultimi 10 anni.

L’Ipotesi di fondo e’ confrontare 2 scenari nei prossimi 3 anni:

- Mantenimento dell’EURO in uno scenario non traumatico (cioe’ senza considerare l’ipotesi, tra l’altro piu’ che verosimile, che proseguiranno le fortissime tensioni ed i salvataggi di banche e nazioni, ed i contrasti interni)

- Ritorno alle Valute nazionali in ciascun stato dell’Eurozona in modo non traumatico (cioe’ si ipotizza che questo processo avvenga senza un avvitamento a catena, default seriali e guerre commerciali interne)

Il primo esercizio cui cimentarsi e la VALUTAZIONE DEL TASSO DI CAMBIO.

Le ipotesi adottate sono le seguenti:

- a meno di oscillazioni, l’area Euro nel suo insieme resta ad un cambio pari ad 1,30 sul dollaro

- all’interno dell’area euro, i tassi di cambio delle valute nazionali, saranno pari al differenziale di inflazione accumulato negli ultimi 17 anni sommato al 50% dell’entita’ del riallineamento effettuato in occasione della determinazione dei cambi con l’Euro (differenziale valutario tra cambio con EURO-ECU tra 1995 e 1999) ed un fattore correttivo che considera la differenza del sistema paese tra il 1995 ed il 2013 su una serie di parametri (bilancia pagamenti, andamento PIL, variazione debito pubblico).

Esiste un ampia documentazione storica che dimostra che normalmente le uscite di valute da sistemi di cambi fissi, si risolvono a meno di fenomeni transitori oscillatori in svalutazioni/rivalutazioni delle monete proporzionali ai differenziali di inflazione accumulati durante i regimi di cambi fissi.

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Ne risulterebbe uno scenario di rivatutazione dell’Euro-Marco del 12% su USD, mentre Francia, Italia e Spagna svaluterebbero rispettivamente del 2%, 12% e 16%.

Passo successivo e’ la valutazione del CAMBIO COL DOLLARO delle valute nazionali a seguito della svalutazione delle valute nazionali. Tale determinazione e’ conseguente al calcolo in tabella 1.L’Euromarco andrebbe a 1,48 sul Dollaro, mentre Euro-Lira ed Euro-Peseta andrebbero a 1,16 e 1,13 su USD.

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Passiamo a valutare l’IMPATTO INFLATTIVO . La svalutazione/rivalutazione ha impatti inflattivi diretti, essenzialmente a partire dai beni e servizi importati. Ovviamente i fenomeni inflattivi/deflattivi sui beni importati non sono storicamente mai pari al 100% dell’oscillazione effettuata, ma vengono attenuati da vari fattori, tra cui l’effetto di sostituzione di merci estere con merci nazionali nel caso di una svalutazione. Qui si ipotizza un impatto dell’inflazione importata, proporzionale ovviamente al peso dell’import sul PIL, e pari al 50% dello scostamento monetario il primo anno, poi a calare al 15% ed all’8% il 2 e 3 anno, che e’ un ipotesi criticabile, ma comunque con fondamenta storiche. Si nota un impatto deflattivo per la Germania del 3,9% spalmato in 3 anni, e per esempio un impatto inflattivo del 2,6% spalmato in 3 anni in Italia.

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CONFRONTO TRA SCENARIO 2013-2015 CON MANTENIMENTO EURO E CON RITORNO SU VALUTE NAZIONALI

L’INFLAZIONE: nel caso di mantenimento dell’Euro in tutti i paesi dell’Euro esaminati l’inflazione si manterrebbe tra l’1,4% ed il 2,8% tra il 2013 ed il 2015. Nel caso di rottura dell’Euro, la Germania conoscerebbe una deflazione dell’1,3% il primo anno, ed inflazione allo 0,9% il secondo anno. Il Italia l’inflazione sarebbe del 3,5% il primo anno e poi si assesterebbe sul 2,5% nel 2  e 3 anno.

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L’EVOLUZIONE DEI TASSI DI CAMBIO: la Germania spingerebbe l’EuroMarco a 1,53 su USD al 3 anno, mentre Italia e Spagna spingerebbero le valute nazionali ad 1,13 ed 1,10. Si nota come dopo il grande salto iniziale del primo anno, poi le cose si assesterebbero.

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L’IMPATTI SULL’IMPORT-EXPORT: si ipotizza che la componente estera del pil  abbia una variazione proporzionale al peso dell’import-export sul PIL, e pari all’1% per ogni variazione dell’1% del tasso di cambio (con uno sfasamento temporale di 6 mesi dall’event, per simulare l’inerzia del fenomeno che tutto sommato e’ ipotizzabile in Nazioni come quelle europee che lavorano molto a commessa).In sintesi, la Germania, fortemente dipendente dall’import-export (questi pesano per valori quasi meta’ del PIL) verrebbe penalizzata per circa il 7% del PIL, mentre Italia e Spagna avrebbero vantaggi cumulati in 3 anni pari a circa il 5% del PIL.

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L’IMPATTO SUL CONTO CORRENTE DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI: il calcolo e’ conseguenza di quanto sopra visto. La Germania se si mantenesse l’EURO manterrebbe un saldo positivo del 6-7% sul PIL grazie al vantaggio competitivo accumulato nell’epoca dell’euro, mentre in caso di ritorno alle valute nazionali il saldo verrebbe azzerato nell’arco di 2 anni (cosa gia’ avvenuta a seguito della svalutazione della LIRA e di altre valute nel 1992-95). L’Italia in caso di mantenimento dell’Euro manterrebbe un leggero saldo attivo, mentre in caso di svalutazione costruirebbe un saldo del conto corrente attivo di oltre il 5%.

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L’IMPATTO SUL PIL: il calcolo e’ conseguenza di quanto sopra visto, in particolare dell’andamento della componente estera del PIL. La Germania senza l’Euro avrebbe 2 anni di crollo del PIL a -3% circa mentre le nazioni periferiche avrebbero un rimbalzo fino ad arrivare al secondo anno a PIL maggiori del +2%.

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L’IMPATTO SUL PIL NOMINALE: interessantissima questa componente che e’ anche il denominatore del Debito Pubblico e di tanti indicatori. Ovviamente il PIL Nominale varia in funzione dell’andamento del PIL, e del deflattore del PIL (connesso a sua volta all’inflazione). Col mantenimento dell’EURO la Germania proseguirebbe la lenta corsa a fare meglio degli altri. Nel caso di ritorno alle valute nazionali il PIL Tedesco espresso in Euro-Marchi crollerebbe, mentre il PIL Italiano e Spagnolo crescerebbero in modo metto, grazie al buon andamento del PIL ed ai fenomeni inflattivi sopra descritti.

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L’IMPATTO SUL DEFICIT PUBBLICO: l’esercizio e’ svolto a politiche invariate in ambedue gli scenari (sappiamo che in realta’ il variare delle condizioni tende a far modificare le scelte e le politiche dei governi, ma trascureremo questo aspetto).  Si ipotizza un effetto del nuovo corso monetario pari al 35% del differenziale di PIL (45% per differenziale andamento del PIL e -10% per spese interessi). Col mantenimento dell’EURO la Germania manterrebbe deficit zero, mentre col ritorno al Marco la Germania tornerebbe a deficit sopra il 2% (i vantaggi di un ulteriore calo dei tassi sarebbero di vari ordini di grandezza inferiori al calo di entrate fiscali ed aumento di spese conseguenti al calo del PIL). Situazione opposta per i paesi periferici: l’Italia restando nell’euro resterebbe a deficit sul 3%, uscendo tenderebbe all’1% dopo 3 anni.

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L’IMPATTO SUL DEBITO PUBBLICO: l’esercizio e’ svolto a politiche invariate in ambedue gli scenari (sappiamo che in realta’ il variare delle condizioni tende a far modificare le scelte e le politiche dei governi, ma trascureremo questo aspetto) ed e’ consequenziale ai calcoli di cui sopra (in particolare a quelli sul PIL nominale ed al Deficit). Sia con l’Euro che senza, non abbiamo tenuto conto di impatti di salvataggi. Col mantenimento dell’EURO la Germania migliorerebbe il Debito al 76%, senza andrebbe al 90%. Situazione opposta per l’Italia: con l’Euro siamo sul 130%, senza andremo al 117% e trend calante.

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L’IMPATTO SULLA PRODUZIONE INDUSTRIALE: senza l’Euro le nazioni periferiche avrebbero un grosso vantaggio specialmente il 1 e 2 anno.

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L’IMPATTO SULLA DISOCCUPAZIONE: senza l’Euro le nazioni periferiche ridurrebbero fortemente i disoccupati e la Germania li aumenterebbe, al contrario di quanto sta avvenendo dal 2005 ad oggi.

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CONCLUSIONI:

Lo studio dice chiaramente quanto e’ intuitivo da chiunque mastichi di macro-economia: la rottura dell’Euro (non traumatica) e la rivalutazione del Marco penalizzerebbero pesantemente la Germania, ed avvantaggerebbero le economie periferiche, quella Italiana in primis. Le conclusioni sono le stesse di altri studi seri. L’effetto e’ lo stesso gia’ riscontrato nel passato in situazioni similari, e le ragioni sono esattamente quelle opposte a quelle che hanno consentito alla Germania di avvantaggiarsi in questi anni rispetto ai paesi periferici.

Mi rendo conto dei limiti di questo studio, e di svariate altre variabili (anche non economiche, interne o esterne) che potrebbero e dovrebbero rientrare in gioco, ma reputo che a meno di uno scenario distruttivo di default a catena, l’uscita dell’Euro di scena sia un’affare per l’Italia ed altre nazioni periferiche (specialmente quelle che hanno un sistema industriale dignitoso) ed un pessimo affare per la Germania, destinata col Marco ad un futuro Giapponese di deflazione-PIL asfittico-Debito crescente in un quadro demografico da film dell’orrore.

Il vero limite dello studio, sta nel comportamento umano, in particolare delle classi dirigenti dei paesi periferici, tendenzialmente poco responsabili, che potrebbero non approfittare degli evidenti vantaggi del ritorno alla valuta nazionale, facendo danni con decisioni di spesa improduttiva o altre misure tese a gestire il consenso nel breve periodo, e non a consolidare tale vantaggio in qualcosa di permanente. Ovviamente, tale situazione non risolverebbe tutti i problemi dei paesi periferici, ma certamente aiuterebbe ad affrontarli.

Mi auguro che questo post contribuisca ad attivare un serio dibattito sulla questione Euro ed altre analisi sulla questione e simulazioni sull’ipotetica uscita (o non uscita) dall’euro, perche’ comunque una nazione come l’Italia non si puo’ permettere il lusso in futuro di scelta ideologiche.

Nome in codice: Market Garden

12 dicembre 2012 16 commenti

Il 17 settembre 1944 gli alleati danno il via all’operazione Market Garden: 5.000 velivoli paracadutarono in poche ore un esercito di 35.000 soldati sui Paesi Bassi con l’intento di chiudere la partita con la Germania entro Natale. Fu un clamoroso fiasco. La nostrana sinistra sostenuta dell’ala più oltranzista della socialdemocrazia europea, lancia la sua personale operazione Market Garden contro Berlusconi: solo per il fatto di proporre la sua candidatura Berlusconi farà crollare l’economia, lo spread salirà a livelli inimmaginabili, tutte le piazze finanziarie tracolleranno. Nulla di tutto questo è successo.

I mercati non si sono nemmeno accorti della candidatura del cavaliere, oggi la borsa migliore è stata quella di Milano, abbiamo collocato 6,5 mld di euro con i tassi ai minimo e lo spread è a 330 punti. La  personale operazione Market Garden della sinistra si è conclusa come si concluse quella degli alleati: un fiasco. Non ostante il fuoco di fila di innumerevoli testate sinistre sia italiane che europee, nonostante le vergognose ingerenze tedesche e di alti funzionari del parlamento europeo,  i mercati non ci sono cascati: la sinistra non convince più come una volta.

Senza alcun ritegno, mentre il giornalista di destra Alessandro Sallusti è prigioniero per non aver fatto nulla, i giornalisti suoi colleghi di sinistra possono farsi beffe di un parlamentare italiano candidato alle elezioni per il governo del suo paese: Berlusconi è stato ritratto con il volto dentro alla tazza di un water, mi domando cosa sarebbe successo se i giornali italiani avessero fatto lo stesso con Hollande o la Merkel.

Non solo l’Italia, ma l’Europa tutta è una vergogna, uno schifo. Da mesi denuncio che la Germania trucca i conti, oggi 500(!) ispettori tributari hanno invaso la Deutsche Bank per le malandrinate che stanno emergendo. Spero in un’uscita sia dall’Europa che dall’euro, sempre più a misura di sinistra, antisemita e pro muslim: meglio soli che male accompagnati.

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La Merkel: “Sostengo Monti”. Westerwelle: “Il Cav non usi Berlino per la campagna elettorale”

11 dicembre 2012 3 commenti

Da Libero.it

Il vizio di fare i maestrini d’Europanon lo perderanno mai. I tedeschi ormai cio dicono pure cosa dobbiamo indossare la mattina e cosa mangiare a pranzo. Per diversi motivi sembra che la nostra campagna elettorale si stia svolgendo in Germania che in Italia. Solo due giorni fa il presidente dell’europarlamento Martin Schulzaveva detto: “Berlusconi è una minaccia alla stabilità dell’europa e dell’Italia”. Shulz è tedesco e comunque a farsi gli affari propri proprio non ci pensa. Bacchetta in mano e giudizi su i fatti di casa nostra. OggiAngela Merkel parla e dice: “Sono convinta che gli elettori italiani voteranno in modo tale da garantire che l’Italia resti sul cammino giusto. Io sostengo quello che Mario Monti ha messo in campo per le riforme”. Insomma la Germania sta con Monti. Da quattro giorni non si fa altro che parlare di Italia e Berlusconi. Ma non solo a casa nostra, no se ne parla a Berlino, a Monaco e a Dortmund. Il Cavaliere ha accusato Monti di aver portato avanti una politica “germanocentrica”. Beh a vedere da come siamo sempre ossequiosi con Frau Merkel, mentre andiamo a picco, di sicuro non abbiamo vissuto una politica Italiocentrica. Ora i maestrini teutonici ci dicono pure cosa dobbiamo dire e non dire in campagna elettorale. Il ministro degli Esteri Guido Westerwelle assicura che il governo tedesco non intende immischiarsi ma dice: “Una cosa non accetteremo: che la Germania sia fatta oggetto di una campagna elettorale populista da parte di Berlusconi”. Bel modo per non immischiarsi. I tedeschi su di noi possono dire tutto quello che gli passa per la testa. Noi invece dobbiamo stare in silenzio e guai a dire che ormai l’Europa è un feudo tedesco che si nasconde dietro la sigla Ue. In campagna elettorale, ognuno a casa propria può dire democraticamente cio che vuole. Quando eravamo dipinti dai tedeschi come un popolo da “spaghetti e pistole” tutto era lecito. Ora che sul piano politico e d economico qualcuno per sua legittima campagna elettorale vuole parlare della Germania, ecco che i maestrini si irritano, ci bacchettano e ci dicono cosa non si fa. Alle urne a questo punto a febbraio manderemo a votare la Merkel e il suo amico Hollande. Tanto quello che decidono gli italiani a loro poco importa.

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La Francia nell’Eurotrappola

21 novembre 2012 4 commenti

da Phastidio.net

Dell’assolutamente prevedibile (e previsto) downgrade della Francia da parte diMoody’s è opportuno ricordare alcune delle motivazioni utilizzate dall’agenzia di rating, che servono per comprendere la natura sistemica della crisi dell’Eurozona, al di là di pur evidenti demeriti dei singoli paesi. Il problema è che questi elementi di negatività sistemica sono (per definizione) fuori dalla portata dei singoli paesi, e che quindi (come detto sino alla nausea) nessun paese ne uscirà da solo, con buona pace di chi passa le giornate a proporre soluzioni miracolose per l’Italia.

Tra gli elementi negativi specifici al paese, citati da Moody’s, vi è certamente la rilevante perdita di competitività, e le perduranti rigidità dei suoi mercati del lavoro, merci e servizi. Le prospettive fiscali del paese sono in via di deterioramento, a causa delle sopracitate rigidità ma anche del debole contesto esterno, che frena lo sviluppo dell’export. Tra gli elementi sistemici, invece, l’agenzia cita la “sproporzionatamente ampia” esposizione alla periferia europea, sia in termini di flussi commerciali che di sistema bancario. E già questo è un elemento contro cui nemmeno un paese mostruosamente competitivo riuscirebbe a combattere, come si accorgerà a proprie spese anche la Germania, tra non molto.

E’ però singolare (e significativo) quanto Moody’s aggiunge, tra i vincoli sistemici:

«A differenza di altri sovrani non dell’area euro che hanno rating simili, la Francia non ha accesso ad una banca centrale nazionale per finanziare il proprio debito in caso di mancato funzionamento del mercato»

E’ il concetto di valuta utilizzata e non emessa dai paesi dell’Eurozona, che rende la Bce una entità remota e di fatto assimila i paesi dell’euro a paesi emergenti che emettono debito in valuta diversa dalla propria. Altri elemento di criticità sistemica e fuori dal controllo del paese è la struttura dei fondi di salvataggio europei, che pongono a rischio la Francia, paradossalmente a causa della sua forza relativa nel contesto dell’area. Attraverso EFSF ed ESM, la Francia ha una rilevante esposizione al rischio di credito dell’Eurozona, in termini di passività contingenti. Inoltre,

«Al contempo, in caso di bisogno, la Francia – come altri grandi stati membri dell’area euro ad elevato rating – potrebbe non beneficiare nella stessa misura di tali meccanismi di supporto, dato che queste risorse potrebbero già essere state esaurite, per quell’epoca»

Come si nota, gli elementi di criticità sistemica sono grandemente prevalenti su quelli specifici al paese (erosione di competitività). Si conferma che nessun paese può farcela da solo, e che questa costruzione europea agisce per creare ed amplificare le distorsioni. Ma questo lo sapete già, o dovreste saperlo, se non perdete le vostre giornate a credere che con tagli di spese e d’imposte un paese rinasca a nuova vita in una camera a gas.

Due considerazioni finali: la prima lo spread francese contro Germania non si muove (e neppure il cambio euro-dollaro, se è per quello), a conferma del fatto che il mercato era già preparato a questo esito; e la reazione del governo francese, per bocca del ministro delle Finanze, Pierre Moscovici. Il quale ha puntualizzato che Moody’s ha sanzionato “la gestione del passato”, dando quindi la colpa della situazione a Sarkozy. Il che, per un paese che da sempre mostra enorme ostilità verso le agenzie di rating (considerate un nemico “esterno” della République) e che da sempre mostra scarsa distinguibilità nelle scelte di policy tra destra e sinistra, è certamente una novità rilevante.

Euro Kaputt?

15 maggio 2012 14 commenti

La Grecia sembra avviata verso l’uscita dall’eurozona, infatti tutti i tentativi di formare un governo di larghe intese è fallito, nuove elezioni alle porte e i partiti del “no euro” pare prenderanno valanghe di voti. Se esce la Grecia la situazione di Portogallo e Irlanda seguirebbe a ruota, e poi sarebbe la volta di Spagna e Italia. Nel frattempo il ministro dell’economia inglese accusa la Germania di aver gestito la moneta unica a suo uso e consumo e di essere la principale causa del disastro nell’eurozona da cui ci ha ricavato a man bassa. Che si stiano preparando le condizioni per una terza guerra mondiale? staremo a vedere! nel frattempo un motivo in più per maledire e augurare il peggio possibile a quei bastardi ritratti nella foto che ho pubblicato pochi giorni fa.

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“Alla Germania nell’euro servivamo proprio perché deboli”. Parola di Visco

13 maggio 2012 4 commenti

“La Germania ha gestito la globalizzazione in modo consapevole, avere paesi come l’Italia dentro la moneta unica ha reso l’euro una moneta più debole di quanto sarebbe stata altrimenti e ha permesso a Berlino di esportare”. Vincenzo Visco era ministro delle Finanze ai tempi del governo Prodi, tra il 1996 e il 1998, e a lui era affidato “il lavoro sporco”, cioè tassare gli italiani per ridurre il deficit quel tanto che bastava da permettere all’Italia di entrare nell’euro.

Professor Visco, l’inchiesta dello Spiegel dimostra che la Germania non considerava affidabili i nostri conti.
Quando siamo entrati nell’euro era tutto in regola. Certo, nel 1997 rimasero tutti sorpresi che ce l’avessimo fatta, ma i nostri numeri erano certificati dall’Eurostat.

Ma l’Italia non è mai riuscita a rimanere nei parametri di Maastricht.
Entrammo con il deficit al 2,7 per cento del Pil, facendo l’eurotassa. Quando la sinistra tornò all’opposizione, nel 2001, lasciammo un avanzo primario di 5 punti, quello che adesso si cerca invano di raggiungere. I nostri guai derivano dalle scelte successive: si doveva continuare con il rigore, come richiedeva l’euro. Ma al governo c’era il centrodestra, da sempre ostile alla moneta unica, e le sue politiche hanno messo le basi dei guai attuali.

Avete mai avuto dubbi sulla possibilità di centrare gli obiettivi?
Siamo sempre stati ragionevolmente sicuri. Perché aumentando il surplus primario, scendeva il costo del debito. Scambiammo un aumento temporaneo di tasse con una riduzione permanente degli interessi da pagare. Eravamo tranquilli perché il distacco dal deficit al 3 per cento era minore di quanto risultava dai dati contabili.

Perché?
Man mano che facevamo correzioni, gli interessi scendevano. Gran parte del lavoro lo facevano i mercati. Il contrario di quello che succede oggi, quando gli investitori distruggono i risultati ottenuti dai governi, facendo salire i tassi sul debito. Siamo tornati in una situazione analoga a prima dell’euro. Ma l’euro c’è e ci vincola.

Ci sono mai stati momenti di tensione con i tedeschi?
Le relazioni con la Germania le gestiva Carlo Azeglio Ciampi che aveva una grandissima credibilità ed era molto abile. Io ricordo i rapporti con l’Olanda che erano molto difficili, proprio non ci volevano. Poi si convinsero. Però era chiaro a tutti che non avremmo mai avuto il debito al 60 per cento del Pil. Allora il Belgio era al 125 e stava peggio di noi. Poi loro sono scesi a 80-85 prima del 2008, quando sono fallite le banche e sono tornati in crisi. Hanno tenuto una politica rigidissima di bilancio, con una pressione fiscale superiore di 2 punti a quella media europea. Se uno vuole stare nell’euro deve mantenere il bilancio con un surplus primario, c’è poco da fare.

Qual è stato il momento più critico del percorso di accesso all’euro?
All’inizio sembrava che dovessimo entrare un anno dopo gli altri, perché il governo Dini aveva posto il 1998 anziché il 1997 come temine per rispettare il vincolo del 3 per cento tra deficit e Pil. Ma nessuno si era accorto che Ciampi si era tenuto una strada aperta, scrivendo in una riga del Dpef che si poteva anticipare. Poi Romano Prodi andò in Spagna e José Aznar gli disse che Madrid sarebbe entrata e fu molto sprezzante nei confronti dell’Italia. Quando Prodi tornò fece una riunione con Ciampi, Enrico Micheli, Tiziano Treu, e me. Si decise di provarci comunque per il ’97. Ma l’unico modo era fare una manovra dal lato delle entrate, il lavoro sporco fu delegato a me.

E se fossimo rimasti fuori?
Un’Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole. In cambio di questo vantaggio sull’export la Germania avrebbe dovuto pensare al bene della zona euro nel suo complesso.

E lo ha fatto?
Non mi pare.

Dal Fatto Quotidiano

Lo Spiegel: “L’Italia entrò nell’euro con trucchi contabili, e Kohl lo sapeva”

6 maggio 2012 12 commenti

Da Il Fatto Quotidiano

Il settimanale tedesco ha consultato centinaia di documenti governativi, dai quali emergerebbe che l’esecutivo di Ciampi e di Prodi raggiunse i requisiti con “misure cosmetiche” e un po’ di fortuna. Ma il cancelliere chiuse gli occhi per “opportunità politica”
L’ingresso dell’Italia nell’euro è stato truccato. Il nostro paese non avrebbe avuto i requisiti economico-finanziari necessari, ma per ragioni di opportunità politica la Germania di Helmut Kohl avrebbe chiuso un occhio. Lo sostiene un’inchiesta del settimanale Spiegel, dal titolo ”Operazione autoinganno”, basata sulla consultazione di centinaia di pagine di documenti del governo Kohl sull’introduzione dell’euro tra il 1994 ed il 1998. Si tratta di rapporti dell’ambasciata tedesca a Roma, di note interne dell’esecutivo e di verbali manoscritti di colloqui avuti dal cancelliere della riunificazione.

“I documenti dimostrano ciò che finora si supponeva: l’Italia non avrebbe mai dovuto essere accolta nell’euro”, scrive lo Spiegel, aggiungendo che a decidere sull’ingresso dell’Italia “non furono i criteri economici, ma le considerazioni politiche”. “In questo modo”, denuncia il settimanale di Amburgo, “si creò il precedente per una decisione sbagliata ancora maggiore presa due anni dopo: l’ingresso nell’euro della Grecia”.

Per lo Spiegel il governo Kohl non puo’ sostenere di essere stato all’oscuro della reale situazione italiana dell’epoca, poiché “era perfettamente informato sulla situazione di bilancio. Molte misure di risparmio erano solo cosmetiche, si basavano su trucchi contabili o vennero subito ritirale non appena venne meno la pressione politica”, scrive il settimanale. “Fino al 1997 avanzato, al ministero delle Finanze non credevamo che l’Italia riuscisse a rispettare i criteri di convergenza”, ha dichiarato al settimanale Klaus Regling, attuale responsabile del fondo salvastati Efsf ed all’epoca capo dipartimento del ministero delle Finanze tedesco. Il 3 febbraio 1997 lo stesso ministero constatava che a Roma “importanti misure strutturali di risparmio sono venute quasi del tutto meno per garantire il consenso sociale”.

Il 22 aprile dello stesso anno, in una nota per Kohl era scritto che “non ci sono quasi chance che l’Italia rispetti i criteri”. Il 5 giugno il dipartimento di Economia della cancelleria comunicava che le previsioni di crescita dell’Italia apparivano “modeste” e i progressi nel consolidamento delle finanze pubbliche “sopravvalutati”. In preparazione di un vertice con una delegazione governativa italiana del 22 gennaio 1998 l’allora sottosegretario alle Finanze, Juergen Stark, constatava che in Italia “la durevolezza di solide finanze pubbliche non è ancora garantita”.

A metà marzo 1998 era Horst Koehler, allora presidente dell’Associazione delle Casse di Risparmio tedesche, a scrivere una lettera a Kohl, accompagnata da uno studio dell’Archivio dell’Economia mondiale di Amburgo, in cui era scritto che l’Italia non aveva rispettato le condizioni “per una durevole riduzione del deficit” e che pertanto costituiva “un rischio particolare” per l’euro. Lo Spiegel scrive che “Kohl rispose picche ai suoi consiglieri di allora”, anche perché, come afferma Joachim Bitterlich, allora consulente di Kohl per la politica estera, al vertice Ue di maggio 1998 “la parola d’ordine politica era: per favore non senza gli italiani”.

Spiegel rileva che i documenti visionati “fanno sorgere il sospetto che sul problema Italia il governo Kohl abbia ingannato non solo l’opinione pubblica, ma anche il Bundesverfassungsgericht (la Corte Costituzionale di Karlsruhe, ndr)”. Secondo lo storico Hans Woller, al momento di entrare nell’euro l’Italia era “sull’orlo della bancarotta finanziaria”, mentre dai documenti visionati dal settimanale risulta che nel corso del 1997 l’Italia propose per due volte di rinviare la partenza dell’euro, ma la Germania rifiutò.

Bitterlich spiega che questa data era diventata “un tabu’” e che tutte le speranze tedesche erano riposte in Carlo Azeglio Ciampi, allora ministro del Tesoro nel governo guidato da Romano Prodi. “Per tutti era come un garante dell’Italia, lui ce l’avrebbe fatta”, spiega Bitterlich, ma lo Spiegel scrive che “alla fine con una combinazione di trucchi e di circostanze fortunate gli italiani riuscirono sul piano formale a rispettare i criteri di Maastricht. Il Paese trasse vantaggio da tassi di interesse storicamente bassi, inoltre Ciampi si dimostrò un creativo giocoliere finanziario”.

Il settimanale cita in proposito l’introduzione della “tassa per l’Europa”, la vendita delle riserve auree alla banca centrale e le tasse sugli utili, con il risultato che “il deficit di bilancio scese in misura corrispondente, anche se gli esperti statistici dell’Ue in seguito non accettarono questi trucchi”. Ai primi del 1998 rappresentanti del governo olandese chiesero a Kohl un “colloquio confidenziale” alla Cancelleria, durante il quale chiesero di fare maggiori pressioni su Roma, poiché “senza ulteriori misure dell’Italia a conferma del durevole consolidamento, un ingresso dell’Italia nell’euro non è accettabile”.

Kohl respinse la proposta olandese, anche perché il governo francese gli aveva fatto sapere che senza l’ingresso nell’euro dell’Italia, neanche la Francia sarebbe entrata, con il risultato che, scrive lo ‘Spiegel’, “i tedeschi erano in una posizione di trattativa debole”. La conclusione del lungo articolo è che riguardo all’Italia “molti sapevano che i numeri erano truccati e che un’autentica riduzione del debito era fuori discussione. Nessuno però osò trarne le conseguenze e Kohl si fidò delle suadenti dichiarazioni di Ciampi, che assicurava un ‘cammino virtuoso’, con il governo di Roma che prevedeva al più tardi per il 2010 la riduzione al 60% del debito pubblico. E’ andata diversamente”

Lettera choc, Italia in ginocchio Governo incapace e dannoso

16 aprile 2012 5 commenti

Lettera inviata al direttore del portale Affaritaliani.it

 

Gentile Direttore,
Ormai da tempo noto con piacere che il vostro sito internet è tra i più visitati e conosciuti in Italia. Molto spesso 
le vostre notizie danno spunto ai telegiornali nazionali, così riconoscendo l’importanza del servizio che offrite. E’ per questo che ho pensato di scriverLe per esprimere le mie convinzioni e chiederLe se sono così lontane dalla realtà oppure troppo vere (cosa che sinceramente preferirei di no). Ecco il mio pensiero sulla situazione italiana. Scrivo questo messaggio perchè sono convinto che il nostro paese sia sull’orlo di una crisi sociale molto grave, che anche questa volta inizierà a far sentire la voce della sua drammaticità a partire dal sud Italia per poi diffondersi verso nord. Abbiamo avuto qualche avvisaglia di ciò alcuni mesi fa, ma alla fine della prossima estate accadrà sicuramente qualcosa di più grave se non si interverrà per ridurre il peso delle tasse.

Il governo attuale non è in grado di gestire la situazione, ne sono prova le manovre applicate che hanno ridotto il potere d’acquisto delle famiglie e di conseguenza rallentato la circolazione del denaro, che è di per se fonte di ricchezza. Il problema dell’Italia non è l’evasione fiscale, lo dimostra la Germania che ha un livello di evasione fiscale simile al nostro; certo, non è una cosa buona, ma il grosso problema in Italia sono gli sprechi, i compensi troppo alti per politici e dirigenti della pubblica amministrazione.

Il governo Monti non ha ridotto alcuno spreco, ha solo alzato le tasse a chi già ne pagava molte; prima di tutto il professor Monti avrebbe dovuto partire dalle 500.000 auto blu, dai finanziamenti ai partiti, dai costi della politica che sono enormi; ma come è possibile che il capo dello stato ci costi più di quanto costa la regina Elisabetta agli inglesi? Ma con che faccia Napolitano continua a chiederci sacrifici? E’ da cose come questa che avrebbe dovuto partire Monti, ed invece lui ha per prima cosa alzato il costo della benzina… ridicolo!

A cosa serve studiare tanto come ha fatto il professor Monti per poi non riuscire a capire che solo ridando potere d’acquisto ai cittadini l’economia può riprendersi? Lui e gli altri professori/Ministri sono troppo lontani dalla realtà, non conoscono il budget e le spese reali della popolazione. Non ci vuole una preparazione “bocconiana” per risolvere i problemi di questo paese, serve semplicemente la consapevolezza che solo una migliore distribuzione della ricchezza può ridare slancio all’economia. La circolazione veloce del denaro è condizione indispensabile per creare ricchezza e sviluppo, ma come mai il professor Monti non la favorisce?

Sarebbe molto apprezzabile se in questa fase il vostro sito internet si dimostrasse capace di diffondere la voce di chi conoscendo bene le reali difficoltà delle famiglie italiane, possa creare una corrente di pensiero che si contrapponga a quella attualmente diffusa nel paese di rassegnazione alla politica depressiva attualmente in atto. Avrà constatato anche Lei quale livello di rassegnazione sia ormai stato raggiunto dalla maggioranza dei cittadini italiani che sono costretti a credere nell’opportunità di seguire le linee guida di rigore e tassazione dettate dal governo.

Non si sente neanche più la voce delle associazioni dei consumatori che una volta riuscivano almeno a far rallentare se non ridurre la crescita del prezzo dei carburanti; il costo di benzina e gasolio ha ampiamente superato quei valori che solo 4 anni fa avevano portato ad una forte crescita dell’industria costruttrice di veicoli funzionanti a gas e metano. Oggi non succede più neanche questo, eppure siamo arrivati a livelli di costo dei carburanti di gran lunga superiori.

L’italiano medio non ha più speranze, non ha più voce, dategli Voi l’opportunità di parlare e di cambiare l’opinione pessimista sul futuro dell’Italia. Dategli Voi la possibilità di contrappore il proprio pensiero a quello di chi invita a sostenere sacrifici pur non facendone alcuno. Io sono disponibile ad esporre il mio pensiero, quello di un giovane che vuole costruire una famiglia, ma che con mille difficoltà guarda al futuro con preoccupazione e pensando di emigrare all’estero.

Io non voglio rassegnarmi all’idea che chi gestisce il nostro paese facendo dei semplici conti su di un foglio di calcolo Excel, pensa di poter in questo modo risistemare i conti e la salute economica di una nazione. E’ facile per ogni governante riempire le casse dello stato semplicemente aumentando le tasse, un’azienda però perderebbe il confronto con la concorrenza aumentando i prezzi dei propri prodotti con la speranza di aumentare i ricavi.

E’ evidente che a fronte della strategia portata avanti dall’attuale governo, i risultati sono temporaneamente positivi per le casse erariali, ma saranno disastrosi tra qualche tempo quando le famiglie avranno esaurito le proprie energie e la ricchezza sarà ancora più concentrata nelle mani di pochi. Non lo dico io, è l’ISTAT che lo constata. Dobbiamo per forza arrivare a tanto? Ma noi italiani dobbiamo sempre arrivare ad un punto estremo per renderci conto che la strada presa è quella sbagliata?
Gli attuali politici, tutti, non rappresentano il nostro paese, ma solo gli interessi propri e quelli dei potenti.
Ci vogliono nuove idee, un nuovo ottimismo e nuove strategie di crescita.

Il vostro sito potrebbe farsi portavoce di una visione anticonformista della realtà italiana di questo periodo, che corrisponde a quella convinzione naturale che c’è in ognuno di noi di poter uscire da questa situazione, eliminando sprechi e concentrazione di reddito. Spero che il mio messaggio non venga perso tra la moltitudine di pensieri e parole ritenute inutili ed isolate; mi auguro invece che siano in molti a scriverLe come me per chiedere di alzare la voce contro l’attuale rassegnazione, così da convincervi che forse sia opportuno fare qualcosa.

Io non ho alcuna aspirazione a fare politica, così come molte persone che sono certo abbiano il mio stesso pensiero, vorrei solo riuscire a far arrivare alle case degli italiani un pensiero diverso, quello di chi non si rassegna all’idea di dover fare sacrifici senza reale beneficio. Perché è questo il punto, i sacrifici che stiamo facendo non serviranno a nulla e tra meno di un anno sarà evidente a tutti, ma sarà troppo tardi.

Andrea Zappoli


Modello tedesco: un operaio della Volkswagen guadagna il doppio di un collega della Fiat

26 marzo 2012 16 commenti

Vittorio Malagutti per Il Fatto Quotidiano

A confronto le buste paga erogate dai due grandi gruppi automobilistici: 2600 euro netti contro 1.400. Il lavoratore italiano prende di meno, paga più tasse e si ritrova welfare e servizi più scadenti. Eppure i bilanci della casa di Wolfsburg battono alla grande quelli del concorrente torinese. Intanto Marchionne chiede nuovi sacrifici e aiuti all’Europa

Marta Cevasco e Jurgen Schmitt sono due operai metalmeccanici. Hanno quasi la stessa età: 52 anni la signora italiana e 50 il suo collega tedesco, un’anzianità di servizio simile, entrambi tengono famiglia (coniuge e un figlio) e fanno più o meno lo stesso lavoro non specializzato. Qual è la differenza tra i due colleghi? Semplice: lo stipendio. Jurgen guadagna molto di più. A fine mese l’operaia italiana arriva a 1.436 euro, quasi la metà rispetto al metalmeccanico tedesco, che porta a casa una retribuzione 2.685 euro. A conti fatti, Marta e Jurgen sono divisi da 1. 250 euro. Chiamatelo, se volete, lo spread del lavoro. E anche qui, come succede per la finanza pubblica, vince la Germania. O meglio vince Volkswagen e perde Fiat, perché i due operai che abbiamo scelto per questo confronto sono dipendenti delle due più importanti aziende automobilistiche dei rispettivi Paesi. Jurgen passa le sue giornate alla catena di montaggio dello stabilimento di Wolfsburg. Marta invece lavora in una fabbrica del gruppo del Lingotto.

I nomi sono di fantasia, ma le buste paga, pubblicate in questa pagina, sono reali. E i numeri suonano come la conferma della superiorità del modello tedesco. Un sistema che garantisce retribuzioni più elevate. Ma non solo. Anche in Germania, ancora più che in Italia, lo stipendio è falcidiato da pesanti prelievi sotto forma di tasse, e, soprattutto, contributi previdenziali e assicurativi. In cambio, però, questa montagna di soldi contribuisce a finanziare un welfare che nonostante i tagli degli anni scorsi (a cominciare dalle riforme varate tra il 1998 e il 2004 dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder) rimane ancora uno dei più efficienti d’Europa. Dalle nostre parti, invece, i contributi restano alti, ma il welfare si sta squagliando.

Vediamo un po’ più nel dettaglio il caso tedesco. Jurgen parte da una paga base di poco superiore a 3 mila euro e con alcune ore di straordinario notturno arriva a superare un compenso mensile lordo di 3. 700 euro. Le trattenute previdenziali e assicurative sfiorano i 700 euro, di cui 336 per la pensione e 267 euro di cassa malattia. Se si considera che l’imponibile ammonta a 3. 380 euro circa, i contributi pesano per il 20 per cento circa. Marta invece paga circa 170 euro per la pensione. Poi però ci sono circa 18 euro per il fondo previdenziale integrativo e altri 16 euro sono destinati all’assicurazione sanitaria supplementare. Alla fine questi contributi assorbono l’ 11 per cento di un imponibile pari a circa 1. 800 euro, contro il 20 per cento di Jurgen. Poi ci sono le tasse, che pesano sullo stipendio per meno del 10 per cento (9,89 per cento) nel caso dell’operaio Vw. Le ritenute fiscali della dipendente Fiat, al netto delle detrazioni, valgono invece il 13 per cento circa dell’imponibile. Morale: per Marta meno stipendio e più tasse. Peggio ancora: anche se le imposte sono maggiori, l’operaia italiana riceve servizi meno efficienti rispetto al collega di Wolfsburg.

Va detto che anche in Germania la situazione può cambiare, anche di molto, da un’azienda a un’altra. E spesso anche tra i reparti della medesima fabbrica. Alla Volkswagen di di Wolfsburg abbondano, anche se restano comunque in netta minoranza, i lavoratori part time e a tempo determinato, con retribuzioni anche del 20-30 per cento inferiori a quella dei loro colleghi (qui il reportage di Vittorio Malagutti da Wolfsburg). Jurgen e Marta però fanno parte entrambi della stessa categoria di, per così dire, privilegiati: gli assunti a tempo indeterminato. Resta il fatto che nel regno di Sergio Marchionne l’operaio se la passa molto peggio rispetto al collega delle fabbriche tedesche della Volkswagen. Il capo del Lingotto però chiede ancora di più. Chiede nuovi sacrifici e maggiore flessibilità. Solo così Fiat tornerà grande, dice.

Il gruppo di Wolfsburg si muove diversamente. Negli ultimi anni ha spostato una parte importante della produzione in aree del mondo a basso costo del lavoro (Cina, Slovacchia, Messico), ma quasi la metà dei suoi 500 mila dipendenti vivono comunque in Germania e di questi la gran parte percepisce stipendi ben più elevati rispetto a quelli della Fiat. Eppure Volkswagen, anche al netto delle partite straordinarie, vanta profitti ben più elevati del concorrente italiano. Non sarà che l’arma vincente dei tedeschi sono i prodotti, pensati e realizzati grazie a imponenti investimenti in ricerca e sviluppo? Marchionne su questo punto resta un po’ vago. In compenso, da buon liberista all’italiana, continua a chiedere all’Europa interventi straordinari, con soldi pubblici, per ridurre la sovracapacità produttiva in Europa. Da Wolfsburg rispondono: noi non ne abbiamo bisogno.

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